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Il 21 luglio 2026 Block rilascia Buzz, un workspace open source per squadre fatte di persone e di agenti. L’annuncio è un post di Jack Dorsey su X:
we’re launching BUZZ! a new groupchat platform for teams of people and agents of all sizes, built to reduce our dependency on slack and github. model-agnostic, decentralized, self-sovereign, and open source.
La motivazione è dichiarata in modo insolitamente diretto per un lancio: ridurre la dipendenza di Block da Slack e da GitHub. Il codice è su GitHub sotto licenza Apache 2.0, i client desktop per macOS, Windows e Linux sono scaricabili subito, Block gestisce anche un relay ospitato su buzz.xyz, gratuito e senza limiti d’uso durante la beta.
La versione al lancio è la 0.4.21 e il repository non nasconde a che punto sia il lavoro: elenca separatamente cosa funziona, cosa è in corso e cosa non è ancora stato scritto.
Come funziona
Buzz è costruito su Nostr, il protocollo di eventi firmati nato per il social decentralizzato. La scelta sposta il modello di identità: ogni partecipante possiede una coppia di chiavi crittografiche invece di un account concesso dalla piattaforma. Messaggi, patch di codice, passi di workflow ed eventi git finiscono tutti nello stesso registro come eventi firmati, con la stessa identità sopra.
Sotto ci sono un relay scritto in Rust, PostgreSQL per gli eventi e la ricerca full-text, Redis per pub/sub e presenza, storage a oggetti S3 o MinIO per i media. Il client desktop è Tauri con TypeScript e React, quelli mobili sono in Flutter e ancora incompleti.
Gli agenti entrano attraverso l’Agent Client Protocol, lo standard aperto nato in casa Zed nell’agosto 2025 per collegare qualunque agente a qualunque editor e oggi passato a una governance di comunità. Chi parla ACP entra in Buzz: il repository cita Claude Code, Codex e goose, l’agente che Block ha rilasciato in Open Source nel gennaio 2025.
Il pezzo più interessante riguarda l’identità dell’agente. L’agente non prende in prestito le credenziali del suo proprietario: riceve una chiave sua e una seconda firma che lo lega alla persona che lo ha autorizzato. Il blog di ingegneria di Block lo riassume così:
Authorization does not erase authorship. The agent remains the author.
La conseguenza pratica è che l’autorizzazione si può revocare senza toccare l’identità umana e ogni azione resta attribuita a chi l’ha compiuta, con l’indicazione di chi gliel’ha permesso.
Nostr arriva dal mondo delle criptovalute e il README mette per iscritto la precisazione che serve: “Not blockchain. Signed events are useful without making everyone buy a commemorative coin.” Le firme crittografiche servono qui a rendere verificabile un registro di eventi, punto.
Il filone
Buzz non nasce nel vuoto. Diciotto mesi di prodotti nella stessa direzione aiutano a capire dove si colloca.
goose, Block, 28 gennaio 2025. Agente desktop Open Source con Model Context Protocol nativo, backend Rust e frontend React. L’agente vive sulla macchina di chi lavora.
Centaur, maggio 2026, aperto da Paradigm insieme a Tempo. Un “impiegato virtuale” self-hosted che vive dentro Slack: lo si tagga come si fa con un collega, usa strumenti reali, regge esecuzioni lunghe e sopravvive ai riavvii. Georgios Konstantopoulos, CTO di Paradigm, lo descrive come qualcosa che le aziende vorranno ospitare in proprio per ragioni di sicurezza e controllo, tenendolo però dove le persone già parlano.
Claude Tag, Anthropic, beta pubblica il 23 giugno 2026. Un solo Claude per canale, condiviso da tutti, che costruisce contesto dalla storia del canale e riprende il lavoro dove l’ha lasciato l’ultima persona. Anthropic dichiara che al proprio interno apre circa il 65% delle pull request.
Nel frattempo Linear ha aperto un’API che rende gli agenti membri assegnabili del workspace, con profilo e coda di lavoro. I principali agenti di coding sono arrivati dentro Slack e dentro i sistemi di ticketing.
La direzione comune è chiara: l’agente si è spostato dalla macchina del singolo al posto dove la squadra parla. Fino a Buzz il posto era di qualcun altro.
Cosa distingue Buzz
Le integrazioni dentro Slack, per quanto ben fatte, ereditano il modello di identità della piattaforma ospite. L’agente agisce attraverso il token di un’applicazione installata nel workspace: il registro dice che ha agito quell’applicazione, l’ambito è quello concesso all’app e la revoca è un interruttore amministrativo che vale per tutti.
Buzz cambia proprio quel punto. La chiave è dell’agente, la delega è un evento firmato e la catena di custodia si legge a ritroso fino alla persona. Nessuno detiene le chiavi al posto degli altri, nemmeno chi ospita il relay. La storia resta verificabile anche fuori dalla piattaforma che l’ha prodotta.
L’altra differenza è di perimetro. Conversazione, codice, revisioni e workflow stanno nello stesso registro di eventi invece che in due prodotti da tenere allineati a mano. Il blog di ingegneria di Block spiega perché con una frase che vale la pena riportare: “The bottleneck moved from intelligence to coordination. That is a workspace problem.” Gli ingegneri passavano il tempo a trasportare contesto fra sessioni di agenti isolate e Slack, facendo da collante umano fra strumenti che non si parlano.
Cosa manca
Al 25 luglio, guardando il repository e la documentazione:
- La decentralizzazione è più stretta di come suona. Ogni workspace gira su un unico relay autorevole, senza gossip fra relay. Vuol dire che potete ospitare il vostro relay e possedere i vostri dati, non che la rete resista alla censura per ridondanza.
- I client mobili non sono finiti. Le app Flutter per iOS e Android sono dichiarate in lavorazione.
- Mancano pezzi di sostanza: i backend per l’hosting git, la reputazione a rete di fiducia, i gate di approvazione nei workflow e le notifiche push sono elencati come non ancora implementati o in corso.
- Non ci sono dati pubblici di adozione fuori da Block, che lo usa in casa.
Il progetto è una beta dichiarata, con un numero di versione che lo conferma. Va guardato per il modello che propone più che per il prodotto che consegna oggi.
Cosa ne pensiamo
Va detto in apertura: Buzz spinge sulla stessa direzione che portiamo avanti da tempo, quindi il nostro giudizio non è neutrale. Open Intelligence, Secure Governance dice che l’intelligenza su cui poggi il lavoro va posseduta e ispezionabile e che possederla non basta senza un piano di controllo che registri e filtri cosa fa. Un workspace in cui l’agente ha una chiave propria e ogni azione è un evento firmato è quel piano di controllo messo nell’infrastruttura invece che in un foglio di policy.
La parte che ci convince davvero è meno appariscente del protocollo. È l’idea che l’autorizzazione di un agente sia un fatto registrato invece che una configurazione. Nella maggior parte delle installazioni che vediamo, la risposta alla domanda “chi ha permesso a questo agente di scrivere in produzione” sta nella memoria di qualcuno oppure in un ticket chiuso mesi fa. Quando l’agente sbaglia, come nel caso dell’agente che ha violato Hugging Face, la ricostruzione parte da lì.
Da qui scendono due domande operative che valgono a prescindere da Buzz e che si possono portare in riunione la settimana prossima. La prima: per ogni agente attivo nei vostri sistemi, sapete dire chi lo ha autorizzato, con quale ambito e cosa ha fatto ieri? La seconda: se dovete revocare quell’agente stanotte, quante altre cose si rompono? Se la revoca è un interruttore condiviso da tutta l’azienda, l’ambito era troppo largo fin dall’inizio.
Le stesse domande arrivano anche dal lato normativo. Gli obblighi di registrazione automatica degli eventi previsti dall’AI Act per i sistemi ad alto rischio e gli obblighi di tracciabilità che stanno maturando fra NIS2 e Cyber Resilience Act chiedono, con parole diverse, la stessa cosa che Buzz mette nel protocollo.
Sul prodotto in sé siamo più prudenti. Migrare la chat aziendale è una delle operazioni più difficili che esistano, perché il valore di quello strumento è la storia che contiene e le abitudini che ci si sono depositate sopra. Una beta 0.4 con i client mobili incompleti non è il momento per spostarci una squadra che lavora. Il modo sensato di guardarla oggi è come banco di prova: un relay self-hosted su un progetto interno, un agente con una chiave sua e la verifica di quanto sia davvero leggibile quel registro quando serve.
Nel frattempo il piano di controllo si può avere sugli strumenti che già usate: è quello che fa Admina con audit trail e policy bidirezionali su qualunque modello, locale o remoto. È il paradigma OISG applicato agli agenti autonomi.
Bradley Axen, che in Block guida le capacità AI, ha impostato la questione nel modo giusto: “Every company is going to need a place where humans and agents work together. The question is whether that place is proprietary or open.” La domanda è quella. Sulla risposta si vedrà chi arriva a una versione 1.0.
Fonti
- Block: Introducing Buzz, where humans and agents work together
- Block Engineering Blog: Buzz!
- GitHub: block/buzz
- TechCrunch: Jack Dorsey is taking on Slack with Buzz, a group chat platform for teams and their AI agents
- Decrypt: Jack Dorsey’s Block Launches Buzz, a Nostr-Based Slack and GitHub Rival for AI Agents
- TFTC: Block Ships Nostr-Native AI Agent Workspace Buzz in Apache 2.0 Launch
- Paradigm: Open Sourcing Centaur, multiplayer self-hosted secure agents
- Fortune: Anthropic releases Claude Tag, a virtual employee that works within Slack
- Zed: Agent Client Protocol
