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Scopri →Una tastiera per comandare gli agenti
Il 15 luglio 2026 OpenAI ha aperto gli ordini del suo primo hardware di marca: il Codex Micro, un piccolo macropad da scrivania a 230 dollari, disegnato insieme a Work Louder (un produttore artigianale di tastiere) e venduto sotto il marchio “Supply Co.” come collaborazione “Co-Lab”. Non è un computer, non è un telefono: è una superficie di controllo per chi usa Codex, l’agente di coding di OpenAI, e ne governa più thread in parallelo.
L’oggetto è concreto e un po’ giocoso. Sei tasti “agente” retroilluminati segnalano con un colore lo stato di ogni thread di Codex: bianco in attesa, blu al lavoro, verde completato, ambra quando serve un tuo input, rosso in errore. Ci sono tasti comando personalizzabili come scorciatoie per le azioni frequenti, un joystick per lanciare i flussi di lavoro (rivedi una PR, fai debug, refactoring) e una manopola che regola quanto “ragionamento”, cioè tempo e calcolo, un agente dedica a un compito. Si configura e si pilota dall’app desktop di ChatGPT. È una tiratura limitata, pensata per gli utenti più intensi tra i circa 5 milioni che usano Codex ogni settimana, con le prime consegne stimate intorno al 24 luglio.
Nota. Fatti, cifre e date di questo articolo provengono da annunci ufficiali e dalla stampa di settore, alla data di metà luglio 2026. Alcuni prodotti citati (lo stesso Codex Micro, il dispositivo di OpenAI con Jony Ive) non erano ancora nelle mani degli utenti: dove è così, lo diciamo, e non attribuiamo esiti di mercato che ancora non esistono.
Vale la pena leggerlo per quello che è: non la nuova frontiera dei dispositivi, ma un accessorio ben fatto per un pubblico ristretto. Non a caso il lancio è arrivato poche settimane dopo che la responsabile Applicazioni di OpenAI, Fidji Simo, aveva invitato i dipendenti a non distrarsi con le “side quest”.
Il grande dispositivo, quello che non si vede
Il Codex Micro non è il dispositivo di Jony Ive. Quello, nato dall’acquisizione di io per circa 6,5 miliardi di dollari (annunciata a maggio 2025), resta invisibile. Il nome “io” è stato ritirato dopo l’ingiunzione sul marchio vinta dalla startup iyO; le carte del tribunale, riferite a febbraio 2026, lo danno non prima di fine febbraio 2027, slittato dall’obiettivo iniziale di fine 2026; e il 10 luglio 2026 Apple ha citato OpenAI per presunta sottrazione di segreti industriali sul fronte hardware, con OpenAI che il 14 luglio ha replicato di non vedere prove di fondatezza. Le descrizioni parlano di un compagno AI senza schermo, da tavolo, con camera e sensori; un prezzo intorno ai 200-300 dollari resta un rumor non confermato.
Il contrasto è istruttivo. Da un lato un macropad da 230 dollari che spedisce a giorni; dall’altro il “terzo dispositivo” da mettere accanto a iPhone e laptop, annunciato in pompa magna, ancora fermo tra ritardi e cause. È la differenza tra aumentare uno strumento che esiste e promettere un dispositivo nuovo di zecca. Ed è esattamente la linea che, negli ultimi due anni, ha separato l’hardware AI che funziona da quello che non funziona.
Il cimitero dei “computer AI”
La lista dei tentativi di sostituire il telefono con una scatola intelligente è ormai un piccolo cimitero.
Il Rabbit R1 (gennaio 2024, 199 dollari, disegnato da Teenage Engineering) prometteva un “Large Action Model” che avrebbe usato le app al posto tuo. Le recensioni furono impietose (Marques Brownlee lo definì “a malapena recensibile”), si scoprì che il software girava come una normale app Android su un Pixel, e a giugno 2024 un gruppo di ricercatori trovò chiavi API scritte in chiaro nel codice. A metà 2024 il CEO Jesse Lyu dichiarava circa 130.000 unità vendute; a settembre gli utenti attivi giornalieri erano circa 5.000. Rabbit ha continuato a spingere software (un agente, un nuovo sistema) e a marzo 2026 ha mostrato in anteprima un secondo dispositivo, “Project Cyberdeck”: per ora un teaser, senza specifiche definitive né una data.
Il Humane AI Pin è il caso da manuale. Fondata da due ex designer Apple, Humane raccolse circa 230 milioni e lanciò a novembre 2023 una spilla senza schermo che proiettava l’interfaccia sul palmo della mano con un laser verde, a 699 dollari più 24 al mese. Alla prova, surriscaldamento, batteria di poche ore, AI lenta e spesso sbagliata: Brownlee la chiamò “il peggior prodotto che abbia mai recensito”. Nell’estate 2024 i resi superavano le vendite. A febbraio 2025 HP ne ha comprato gli asset per 116 milioni e il 28 febbraio 2025 tutti i Pin sono stati disattivati da remoto, di colpo. La tecnologia sopravvive solo come software: a marzo 2026 HP ha annunciato “HP IQ”, un assistente on-device sui portatili aziendali.
E il Friend, il pendaglio “in ascolto continuo” di Avi Schiffmann, che pagò 1,89 milioni per il dominio friend.com. Annunciato a luglio 2024 a 99 dollari, arrivato nell’estate 2025 a circa 129, girava su Claude 3.5. La sua campagna nella metropolitana di New York (oltre un milione di dollari, settembre 2025) fu ricoperta di scritte “AI is not your friend”; Schiffmann rispose “il capitalismo è il più grande mezzo artistico”. Vendite di poche migliaia di unità, e un posto al Museum of Failure. Nello stesso spazio il concorrente open source Omi (89 dollari) tira avanti facendo meno rumore.
Chi invece vende davvero
Nello stesso periodo, altro hardware AI ha venduto a milioni. La differenza è che non chiedeva a nessuno di cambiare vita.
Gli occhiali Ray-Ban Meta hanno superato i 7 milioni di unità nel 2025, più del triplo dell’anno prima. Il modello di punta, il Ray-Ban Display (799 dollari, settembre 2025), aggiunge un piccolo schermo nella lente e un bracciale che legge i segnali elettrici dei muscoli del polso per controllarlo con un gesto delle dita. Funzionano perché sono prima di tutto occhiali: l’AI è un di più, non l’unica ragione per indossarli, e non c’è nessun salto di fede verso un dispositivo che sostituisce il telefono.
Poi c’è la categoria più sobria di tutte: i registratori che trascrivono e riassumono. Plaud vende il Note (circa 159 dollari), il NotePin da indossare e il Note Pro, appoggiandosi ai migliori LLM in cloud per la trascrizione. È una delle poche startup di hardware AI in utile: circa 56 milioni di ricavi nel 2024 e oltre 2 milioni di dispositivi spediti a giugno 2026. Nel frattempo i due rivali “always-listening” sono stati assorbiti dai grandi: Bee da Amazon (luglio 2025), Limitless da Meta (dicembre 2025). Un registratore è un oggetto che si capisce in un secondo; l’AI gli aggiunge valore senza chiedere di ripensare le proprie abitudini. Resta il nodo aperto della privacy, perché questi dispositivi catturano parlato reale, spesso in continuo, e la loro concentrazione in mano a pochi grandi è tutt’altro che neutra.
La linea che separa i due gruppi
L’asse è semplice: aumentare quello che c’è, oppure sostituirlo con qualcosa di nuovo. Gli occhiali Meta e i registratori Plaud partono da un oggetto che l’utente già voleva e già sapeva usare, e ci mettono l’AI come vantaggio. Rabbit, Humane e Friend chiedevano di adottare un dispositivo nuovo, con un modo d’uso inedito (il proiettore sul palmo, il “Large Action Model”, il pendaglio in ascolto), la cui unica ragione d’essere era un’AI che poi non manteneva le promesse, mentre in tasca c’era già un telefono che faceva di più.
Il Codex Micro, in piccolo, sta dalla parte giusta: è un macropad, cioè una cosa che già funziona, con lo stato degli agenti come extra. Per questo si legge come una simpatica curiosità e non come una scommessa. Il dispositivo di Ive, invece, è la scommessa: torna a puntare su una categoria del tutto nuova, e la storia recente dice che è la strada più difficile.
Cosa ne pensiamo
Ci piacciono gli oggetti fatti bene, e costruiamo noi stessi hardware e AI insieme: il Codex Micro è un accessorio azzeccato, e la lezione “aumenta, non sostituire” è sana. Ma per noi il punto vero è un altro, e non sta sulla scrivania.
La manopola che conta non è quella che regola il “ragionamento” di un agente su un pad da 230 dollari. È la leva su quale modello gira e dove finiscono i tuoi dati. Un Codex Micro è una bella superficie di controllo, però ogni azione che lancia viene eseguita sul Codex in cloud di OpenAI: vale la stessa domanda che ci siamo posti sulle CLI di coding, cosa esce davvero dal tuo perimetro. Un tasto che si illumina di verde non ti dice su quale infrastruttura sta girando il tuo codice, né con quali regole.
La stessa logica che premia l’hardware “aumenta quello che c’è” premia, sul software, chi possiede il pavimento operativo invece di affittarlo. Il livello che dura non è un gadget: è il modello che fai girare in casa e il piano di controllo con cui lo governi. Da una parte i modelli a pesi aperti sul tuo hardware, come abbiamo raccontato per colibri, Ornith 1.0 e Inkling; dall’altra la governance su qualunque modello, locale o remoto, che è ciò che fa Admina con audit trail e policy ALLOW/BLOCK/REDACT. È il senso di Open Intelligence, Secure Governance: la flotta di agenti la piloti meglio da un piano di controllo che possiedi, non da un tasto che qualcun altro può spegnere da remoto, come è già successo a chi aveva comprato un Pin.
