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PA, più libertà verso l'Open Source: serve davvero? Stampa
Gare e appalti pubblici
Scritto da Gianluca Craia   

Durante la IV CONFSL appena conclusa a Cagliari, nella sessione dedicata alle tematiche legali a cui abbiamo partecipato come relatori, l'attenzione è  stata tutta rivolta alla recente sentenza 122/2010 della Corte Costituzionale.

Il nostro intervento (in allegato trovate sia le slide della presentazione che le nostre considerazioni per esteso) analizzava gli aspetti pratici delle problematiche relative al connubio tra software a codice sorgente aperto, riuso e concorrenza nella PA, con una particolare attenzione all'arresto della Corte Costituzionale.

Una pronuncia di sicuro impatto nel mondo open di cui si parlerà molto nei mesi a venire, grazie al contenuto potenzialmente rivoluzionario dei principi stabiliti.

Essa, affermando la possibilità per le PA di preferire un modello negoziale piuttosto che un altro ha riconosciuto legittimità costituzionale a quelle leggi regionali che si pronunciano a favore dell'utilizzo di FLOSS nelle loro strutture.

Ma, tirando le somme, i dubbi rimangono.
La sentenza, per quanto affermi dei principi validi "erga omnes",  si riferisce al caso specifico della Regione Piemonte.

Anche se ha indicato come infondata la questione di legittimità costituzionale relativa alla violazione dell'art. 117 Cost  in tema di disciplina della concorrenza (è quindi possibile che una Regione nella sua autonomia organizzativa decida di utilizzare software open source a discapito di soluzioni proprietarie), nulla ha detto sul possibile conflitto di norme che si creerebbe tra la normativa regionale e quella del CAD ove la Regione scelga, a priori, software open source, bypassando la necessità di una valutazione tecnica ed economica delle soluzioni disponibili (art. 68 CAD).
In effetti l'art. 68 rappresenta il parametro in base al quale individuare interesse pubblico ad ottenere il miglior software possibile in relazione alle esigenze specifiche della PA.
Affermare che titolo preferenziale per l'acquisizione di software è il suo rilascio con licenza open source significa scegliere a priori un'applicazione informatica a prescindere dai profili prestazionali e funzionali, unici indici idonei a valutare la soddisfazione dell'interesse pubblico nel particolare campo dell'informatizzazione della PA.

Forse è vero, la problematica non è concorrenziale.

In ogni caso alcuni soggetti che, se vi fosse stata la corretta valutazione dei profili tecnici ed economici, avrebbero potuto prendere parte all'appalto, vengono esclusi.
Ma allora, la norma potrebbe aver escluso potenziali operatori dalla possibilità di contrattare con la PA?
Ci si dovrebbe chiedere se quello descritto sopra non sia un problema di selezione dei candidati, e ove così sia, non si crei un conflitto con l'art. 4 del Codice dei Contratti Pubblici.
Il dubbio rimane.
In fin dei conti al FLOSS non dovrebbe servire una normativa che garantisca una corsia preferenziale, proprio perché il problema non è concorrenziale.
Il FLOSS è un modello che garantisce ottimi livelli qualitativi e prestazionali, superiori a quelli del software proprietario, questo dovrebbe bastare.

Non serve altro, basta applicare le regole.